Rifugio nel silenzio

 

 

Un giorno era uguale all’altro. All’inizio erano tutti giorni di merda! Il risveglio era il momento peggiore, quello in cui nella consapevolezza che avevi aperto di nuovo gli occhi, il dolore ti piombava addosso con tutto il suo peso e maledivi quel sole che splendeva nel cielo azzurro, maledivi che fosse ancora lì, che tu fossi ancora lì, in quel letto, tra quelle lenzuola, in quella stanza. Appena quella sofferenza si diffondeva prepotente in tutto il mio corpo, il primo pensiero che si formulava nella mia mente era: “perché sono ancora viva?” La preghiera che la sera prima avevo sospirato mentre vincevo il sonno e le lacrime squassavano il mio corpo, non era stata ascoltata. Volevo morire. Questo chiedevo ogni notte. “Signore, non farmi svegliare domani mattina, ti prego! Non ce la faccio più, non posso sopportare tutto questo! Sto male! Voglio morire! Fammi morire!”
E mi svegliavo… Mi svegliavo con un magone allo stomaco, una morsa che stringeva le mie budella, tanto da farmi male. La fame era una sensazione che non conoscevo. Mangiavo giusto per accontentare lo sguardo vigile e preoccupato di mia madre. Indossavo abiti comodi, sformati. Praticamente passavo dal pigiama alla tuta scolorita, quella nascosta infondo all’armadio. Non mi importava di truccarmi, di prepararmi. Io che non uscivo di casa senza almeno il mascara e il gloss, a stento mettevo la mia solita crema idratante. Mi sedevo alla scrivania e guardavo i libri di testo senza nemmeno sfiorarli. Aprirli era un’impresa titanica, figuriamoci mettersi lì a studiare. Come passavo le ore mattutine? Non lo sapevo nemmeno io. Guardavo qualche telefilm ma senza prestare attenzione, mi perdevo nei pensieri, nei ricordi.
Ogni secondo era una lama tagliente che penetrava nel cuore e me lo squarciava. Non riuscivo a non pensarci, a non pensarlo. Nella mia mente, nei momenti più inaspettati, si alternavano attimi vissuti insieme, del nostro amore, e le immagini di quelle foto di lui e lei sotto le coperte. Un dolore atroce, insopportabile, che si espandeva nel mio corpo fino ad annientarlo, a rendermi un ammasso di ossa e carne che non aveva più niente. Vuoto, senza amore, senza dignità, senza luce, senza vita. Vegetavo nel letto, vivevo, anzi, sopravvivevo. Come un automa compievo ripetutamente i banali gesti quotidiani, come lavarsi i denti, pettinarsi, senza capirne lo scopo, il senso. Lo facevo, perché lo avevo sempre fatto. Era la routine.
Arrivava l’ora di pranzo e non me ne accorgevo. Abbandonavo il letto, mio rifugio, e raggiungevo la cucina. Mi sedevo al tavolo, accorgendomi che lo sguardo di tutti era su di me, ma li ignoravo. Fingevo che non ci fosse nessuno accanto a me. Giocavo con il cibo nel piatto, sforzandomi di buttare giù qualche boccone, giusto per non sentirmi il rimprovero dei miei. Era il silenzio che cercavo. Era il silenzio il posto migliore per rifugiarmi. Nel silenzio che c’era attorno a me, rimbombavano nella mia mente le urla più atroci. Piangevo tanto. Le lacrime erano la tangibile manifestazione del mio dolore, ma non bastavano per esprimerlo tutto. Erano come n iceberg. Solo la punta di ciò che c’era realmente dentro di me. E non possono esserci parole, che possano spiegare quanto sia annientante. Mi alzavo da tavola e ritornavo nella mia stanza a torturarmi, a infliggermi quel massacro psicologico che annullava ogni più piccola parte di me. Mi guardavo in giro. Foto ovunque di noi. Foto sorridenti di lui. I peluche, i regali, una rosa rossa finta. Me la regalò a un San Valentino. Me la diede e mi disse: “Questa rosa è finta perché simboleggia il nostro amore, il mio amore per te… e questo mio amore, ricordatelo sempre, non può appassire mai!”
Il pomeriggio non passava mai. Mi chiamavano gli amici per sapere come stavo, per invitarmi ad uscire, a prendere un caffè, a fare una passeggiata. Non avevo voglia di muovermi da lì, e se mi chiedevano se potessero venire a casa mia, con acidità rispondevo di no, che non avevo nemmeno voglia di ricevere visite. Non volevo vedere nessuno. Volevo starmene sola. Perché sapevo che nessuno di loro poteva immaginare cosa stessi provando.
Aspettavo che arrivasse la notte. Non desideravo altro che piombare nel buio, nelle tenebre. Era l’unico momento in cui non sentivo niente, nessuna emozione, nessun dolore. La notte mi rapiva e mi conduceva nella sua oscurità, ne ero una prigioniera devota. Addormentarsi era uno scoglio difficile da superare. Stesa, con il viso verso l’alto, gli occhi incollati al soffitto e sussurravo la mia preghiera, ininterrottamente fino a quando perdevo coscienza. Non sognavo, o se lo facevo al risveglio non ricordavo nulla. Non accadeva null’altro se non il vuoto, un silenzio più accettabile, meno rumoroso, meno urlato. E quando giungeva il nuovo giorno, ecco, che si ricominciava a stare male, sempre più. Ogni giorno era sempre un giorno di merda!

 

Foto di Ivano Di Meglio 2013

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